Esenzione IMU per la prima casa è a rischio quando lavoriamo lontano dal Comune di residenza? La distanza dal luogo di lavoro, da sola, non basta per far venir meno l’agevolazione. I dettagli.

Quando pensiamo all’abitazione principale ai fini IMU, il primo elemento che viene in mente è la residenza anagrafica.
In realtà, il quadro è più articolato:
per beneficiare dell’esenzione occorre anche che l’immobile rappresenti la dimora abituale del contribuente.
Proprio questo secondo requisito può creare dubbi quando, per motivi di lavoro, trascorriamo buona parte della settimana in un’altra città, magari a molti chilometri di distanza.
Significa automaticamente che quella casa non può più essere considerata la nostra abitazione principale?
E fino a che punto il Comune può basarsi sulla distanza o sulla presenza lavorativa in un altro luogo per contestare l’esenzione?
La questione è arrivata davanti alla Corte di Cassazione, che con l’ordinanza n. 7745/2026 ha affrontato il caso di un contribuente che lavorava lontano dal Comune nel quale aveva mantenuto la propria residenza.
La decisione offre indicazioni interessanti sia sul significato di “dimora abituale”, sia su un altro aspetto spesso decisivo nelle controversie IMU: chi deve dimostrare che i requisiti dell’agevolazione non esistono più.
Continuate a leggere qui sotto per sapere tutti i dettagli, altrimenti se siete interessati al bando librerie 2026, cliccate qui.
Esenzione IMU a rischio per la prima casa: il caso esaminato
La vicenda riguardava alcuni avvisi di accertamento IMU relativi agli anni dal 2015 al 2019, nei quali il Comune riteneva che il contribuente non avesse più diritto all’esenzione sull’immobile nel quale risultava residente.
Alla base della contestazione c’era soprattutto un elemento:
l’attività lavorativa veniva svolta in un altro Comune, distante circa 170 chilometri.
Per un determinato periodo il contribuente prestava infatti servizio come vigile urbano in una località che richiedeva oltre due ore di viaggio in auto. Secondo l’ente locale, questa circostanza dimostrava che l’immobile di residenza non rappresentasse più la sua effettiva dimora abituale.
Inoltre, dal 2015 la casa risultava concessa in uso gratuito al fratello, che vi abitava con la propria famiglia.
I giudici di merito, però, hanno valutato il quadro nel suo complesso: il contribuente continuava a fare ritorno nell’abitazione almeno una volta alla settimana e manteneva lì il proprio punto di riferimento personale, affettivo e sociale.
La presenza del fratello nell’immobile, quindi, non risultava sufficiente a escludere automaticamente la permanenza della dimora abituale.possibilità di presentare il progetto prima dell’effettiva apertura, rispettando successivamente i termini indicati dal bando per l’avvio dell’esercizio.
L’esenzione IMU non dipende dai chilometri
Il passaggio più interessante riguarda proprio il concetto di dimora abituale.
Non possiamo stabilire dove una persona vive realmente guardando soltanto quanti chilometri separano la casa dal luogo di lavoro. Le esigenze professionali possono infatti costringerci a trascorrere molti giorni lontano dall’abitazione senza che questa perda necessariamente la funzione di centro stabile della nostra vita.
La Cassazione richiama un concetto di dimora abituale molto più ampio, infatti occorre considerare diversi elementi:
- la conservazione della residenza,
- la frequenza dei rientri,
- le esigenze lavorative,
- i rapporti familiari e affettivi,
- lo studio,
- la salute,
- le abitudini concrete della persona.
Il tempo trascorso fisicamente nell’immobile rappresenta quindi un elemento importante, ma non l’unico.
Questo non significa che sia sufficiente mantenere formalmente la residenza per ottenere sempre l’esenzione. Se, nella realtà dei fatti, abbiamo spostato altrove il centro della nostra vita, il Comune può contestare l’agevolazione. Tuttavia, la presenza di un lavoro lontano o di lunghi periodi trascorsi fuori casa non consente, da sola, di arrivare automaticamente a questa conclusione.e fare riferimento alle modalità previste dal bando, attraverso fatture con prova del pagamento oppure, nei casi ammessi, preventivi relativi alle spese ancora da sostenere.
La prova spetta al Comune
L’ordinanza affronta anche il tema dell’onere della prova.
Secondo la Cassazione, quando il Comune sostiene che un contribuente abbia perso i requisiti necessari per beneficiare dell’esenzione IMU, deve fornire elementi concreti a sostegno della propria contestazione.
La perdita dei requisiti costituisce infatti il presupposto sul quale l’ente fonda la richiesta di pagamento dell’imposta. Non basta quindi richiamare genericamente il fatto che il contribuente lavori lontano o trascorra molto tempo in un altro Comune.
Servono riscontri capaci di dimostrare che l’immobile non rappresenti più, nella sostanza, la dimora abituale.
Residenza anagrafica e dimora abituale devono essere valutate insieme e sulla base della situazione concreta.





