Le dimissioni forzate da una situazione di stalking o violenza possono essere considerate dimissioni per giusta causa. In questi casi la NASpI può spettare. I dettagli.

Lasciare volontariamente il proprio posto di lavoro, in linea generale, esclude il diritto alla NASpI. Esistono però circostanze nelle quali le dimissioni rappresentano solo formalmente una scelta del lavoratore,
mentre nella realtà diventano l’unica soluzione possibile per proteggere la propria sicurezza o il proprio equilibrio personale.
Ed è qui che è intervenuto l’INPS, con un chiarimento importante sul tema dei lavoratori e delle lavoratrici che decidono di interrompere il rapporto di lavoro per sottrarsi ad atti persecutori, stalking o situazioni di violenza.
Il fatto che queste condotte possano nascere anche fuori dall’ambiente di lavoro non esclude, da solo, la possibilità di ottenere la prestazione di disoccupazione.
Occorre però dimostrare che ciò che accade nella vita privata abbia conseguenze così rilevanti da rendere impossibile continuare normalmente l’attività lavorativa.
Quindi, serve valutare quanto la situazione di violenza incida sul rapporto di lavoro e sulla possibilità di proseguirlo.
Continuate a leggere per sapere come affrontare questo tipo di situazione, altrimenti, se volete informazioni riguardo la plusvalenza sul terreno agricolo, cliccate qui.
Dimissioni forzate e NASpI: il principio
La NASpI tutela normalmente chi perde il lavoro in maniera involontaria, ma comprende anche alcuni casi dimissioni per giusta causa.
Si parla di giusta causa quando si verifica una situazione talmente grave da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro, neppure temporaneamente. E qui non ci riferiamo esclusivamente ai comportamenti del datore di lavoro.
Anche circostanze esterne possono infatti creare condizioni incompatibili con la prosecuzione dell’attività professionale.
Proprio da questo principio parte il chiarimento dell’INPS, con il messaggio n. 2540 del 3 agosto 2026:
quando slalking o violenza costringono i lavoratori a lasciare il proprio impiego, le dimissioni forzate possono assumere la natura di dimissioni per giusta causa.
In queste situazioni la cessione del rapporto non deriva più da una semplice decisione personale, ma diventa piuttosto una scelta necessaria per tutelare la propria incolumità o il proprio stato psicofisico.
Ed è questo passaggio che può consentire l’accesso alla NASpI.
Quando le dimissioni forzate danno diritto alla NASpI?
Il riconoscimento della prestazione, però, non avviene automaticamente.
Il solo fatto di aver subito stalking, atti persecutori o violenza nella propria vita privata non è sufficiente. Bisogna individuare un collegamento concreto tra la situazione vissuta e l’impossibilità di continuare a lavorare.
Un primo caso riguarda le conseguenze sulla salute e sull’equilibrio psicofisico.
Un’altra situazione può verificarsi quando gli atti persecutori si inseriscono direttamente nelle normali abitudini legate al lavoro.
Pensiamo, per esempio, a pedinamenti, minacce o molestie ripetute lungo il percorso tra casa e luogo di lavoro. In questo caso la routine lavorativa può diventare essa stessa uno strumento utilizzato per perseguitare la vittima.
Quando circostanze di questo tipo rendono di fatto impossibile continuare il rapporto, le dimissioni possono quindi perdere il carattere di libera scelta di diventare dimissioni forzate, compatibili con il riconoscimento della NASpI.
Cosa occorre verificare?
Il chiarimento dell’INPS richiede, quindi, una valutazione della singola situazione.
Diventa fondamentale verificare e documentare gli elementi che dimostrano come stalking o violenza abbiano inciso realmente sulla possibilità di continuare il rapporto di lavoro.
Insomma, non è sufficiente dimostrare l’esistenza della violenza, ma occorre collegarla alle ragioni che hanno reso necessarie le dimissioni.
Se questo collegamento emerge, la cessazione del rapporto può essere considerata involontaria ai fini della tutela previdenziale.





